Storia #12 – Il tampone negativo e poter tornare a lavorare in ospedale: vita di un dottore.

La storia di Alessandro, uno dei tanti giovani eroi che lavorano in ospedale. Poi la febbre alta, il timore, il tampone (negativo) e il ritorno a combattere in prima linea, facendo ciò che ama: il dottore

Mentre scrivo sono seduto su una sedia del balcone della mia casa a Milano, le strade sono vuote, il silenzio assordante è rotto dal suono di un’ambulanza. L’ennesima. 
Chiudo gli occhi e ripenso a due mesi fa. Solo 60 giorni, eppure è cambiato tutto. Due mesi fa questa stessa strada brulicava di persone. Milano era immersa nella sua solita, splendida, fastidiosa frenesia.
Mi chiamo Alessandro, 26 anni. Sono Medico Specializzando di Pronto Soccorso in un ospedale della Lombardia. In due mesi è cambiato tutto. Sembra che il tempo si sia fermato, tutte le forze sono concentrare verso quello che in tanti definiscono “nemico invisibile”. In realtà ha tante forme, puoi incontrarlo in una Piazza del Duomo deserta, nelle vuote stazioni ferroviarie di tutta l’Italia. Lo vedi negli Ospedali rivoluzionati, spaccati a metà da due lettere: la P, di “pulito”, per tutto ciò che non lo riguarda; la S, di “sporco” per tutto ciò che è invece dedicato a questa enorme emergenza che ci troviamo ad affrontare.Non ho vergogna a dirlo: due mesi fa ero tra i tanti, tantissimi, che non avevano la minima idea di quello che sarebbe successo. La letteratura scientifica era praticamente ignara di quel che stava accadendo in Cina, i numeri terribilmente falsati. Ma c’è di più. Viviamo in una società nella quale è assolutamente impensabile che possa accadere qualcosa che rivoluzioni completamente la nostra vita. O almeno abbiamo vissuto credendo questo. Perché le guerre, la fame nel mondo, il surriscaldamento globale, ci sembrano argomenti a tratti interessanti, ma tremendamente lontani. Ci sembrano altro. Ci toccano per una frazione di secondo, poi voltiamo pagina, torniamo alla nostra quotidianità. Ed è stato così. Finché il virus non ha bussato personalmente alla porta di ognuno di noi e ci ha tolto quella famosa libertà della quale eravamo ormai assuefatti, che davamo per scontata.

Anche nella quotidianità del Pronto Soccorso nel quale lavoro è cambiato tutto. Di colpo è come se tutte le altre malattie fossero quasi scomparse. Come se avessero lasciato il terreno al virus. E così capita che vediamo meno pazienti, ma tanti complessi, alcuni con la paura negli occhi, non c’è bisogno di dire il perché.Quando lavori in ospedale chiudi la tua di paura nell’armadietto insieme ai vestiti. Consapevolmente o con irrazionalità, ma la metti da parte nel momento in cui indossi il camice. E così, pur sapendo di avere un rischio aumentato, non pensi che potresti essere tu il prossimo a dover fare i conti con un’infezione respiratoria. Poi succede, febbre e tosse ti costringono a letto. Sai che, pur volendo, non hai altra scelta: isolamento domiciliare fino a remissione dei sintomi, poi dovrai effettuare il tampone. Nell’ospedale nel quale lavoro, infatti, ad oggi dopo un periodo di malattia a casa, la negatività del tampone per COVID-19 è una prerogativa indispensabile per tornare a lavoro. È questo che mi è successo negli ultimi giorni, con l’unica, vera paura di non poter tornare in ospedale prima di 14 giorni. È un istante, passi dall’altra parte, sei tu il paziente che fa domande, che vuol sapere qualcosa in più sulle tempistiche, sui protocolli. E ti senti nudo. Poi il responso. L’ho letto in prima persona sul portale interno dell’ospedale: Negativo.
E nel profondo del tuo cuore, in una situazione globale surreale, senza vedere realmente una luce alla fine del tunnel, provi una piccola gioia. Perché puoi tornare a lavoro, a fare quel che hai scelto. Senza rischi per chi visiterai, l’unica vera cosa che conta.  Noi che facciamo parte del personale sanitario, insieme a tante altre professioni, come chi lavora nella catena alimentare o in alcune industrie, non possiamo, ma tutti voi
altri, per favore, aiutateci: restate a casa. Sarà dura, sarà lunga, ma solo così vinceremo. Restando a casa. E, alla fine, andrà tutto bene

Alessandro

Condividi:

Condividi su facebook
Condividi su twitter

Altre storie

Condividi la tua Storia